Quando può essere utile rivolgersi a uno psicologo?
Non è detto che il motivo per cui si chiede un primo colloquio sia anche ciò su cui ci si troverà a lavorare.
Spesso si parte da qualcosa che sta succedendo in quel momento. Una relazione che crea difficoltà, una decisione che non si riesce a prendere, un periodo di ansia, oppure una sensazione di malessere che non si riesce a ricondurre a qualcosa di preciso. È il motivo che, in quel momento, porta a chiedere aiuto. Durante i colloqui, però, può emergere che quella difficoltà ha a che fare anche con altro.
Può capitare, per esempio, di sapere molto bene che una determinata situazione non dovrebbe avere tutto quel peso e di accorgersi che saperlo non cambia il modo in cui la si vive. Ci si può trovare a comprendere razionalmente ciò che sta accadendo, senza riuscire a spiegarsi perché sia così difficile viverlo diversamente.
È anche per questo che stabilire dall’esterno quando una difficoltà sia abbastanza “grave” da rivolgersi a uno psicologo dice relativamente poco. Conta anche il posto che quella difficoltà ha preso nella vita di una persona, ciò che mette in movimento e il significato che ha assunto per lei.
A volte si comincia proprio da qui: dal cercare di capire perché qualcosa abbia iniziato a occupare così tanto spazio.
Quello che accade non spiega sempre come lo viviamo
A volte sappiamo perfettamente che cosa ci fa stare male. Sappiamo quando è iniziato, riusciamo a ricostruire quello che è successo e magari abbiamo anche molto chiaro cosa dovremmo fare. Ma sapere tutto questo non significa necessariamente riuscire a vivere quella situazione in modo diverso.
Possiamo sapere che una relazione ci fa soffrire e non riuscire a lasciarla andare. Possiamo aver fatto una scelta che continuiamo a considerare giusta e sentirci comunque in colpa. Oppure possiamo accorgerci che qualcosa ci tocca molto più di quanto avremmo immaginato, senza capire fino in fondo perché.
Credo che sia proprio questa distanza a essere interessante: tra quello che riusciamo a spiegarci e quello che, invece, continuiamo a vivere.
Quello che ci accade, infatti, non assume significato soltanto per ciò che è successo. Entra in rapporto con il nostro modo di stare nelle relazioni, con quello che ci aspettiamo dagli altri, con ciò che per noi significa essere lasciati, scelti, riconosciuti, delusi o avere bisogno di qualcuno. Sono aspetti che si sono costruiti nel tempo e che non sempre ci sono del tutto chiari.
Questo non significa cercare necessariamente nel passato la spiegazione di ciò che accade oggi. Significa, piuttosto, provare a capire perché una certa esperienza abbia assunto proprio quel significato per noi.
È anche per questo che, in un colloquio, non conta soltanto che cosa è successo. Diventa importante comprendere come quella persona ha vissuto ciò che è accaduto, quale significato ha assunto per lei e quali aspetti della propria esperienza possono essere coinvolti.
Quando qualcosa tende a ripetersi
A volte, mentre raccontiamo qualcosa che ci sta facendo stare male, ci accorgiamo che quella sensazione non è del tutto nuova. Magari la situazione è diversa, le persone sono diverse, sono passati anni, ma c’è qualcosa nel modo in cui ci sentiamo che conosciamo già.
Può essere il ritrovarsi ancora una volta a preoccuparsi molto di non deludere qualcuno, a sentirsi responsabili di come stanno gli altri o a fare fatica a dire ciò di cui si ha bisogno. In altri casi non è così facile riconoscere cosa si stia ripetendo. Rimane più che altro una sensazione di familiarità, quasi di essere finiti di nuovo in un posto che conosciamo.
Parlare di ripetizione, però, rischia di far pensare che continuiamo semplicemente a commettere gli stessi errori. Non credo sia così. Alcuni modi di stare con gli altri, di reagire o di proteggerci hanno una storia. Se continuano a presentarsi, probabilmente è anche perché per molto tempo hanno avuto un senso per noi.
La difficoltà arriva quando continuiamo a muoverci nello stesso modo anche quando la situazione è cambiata. Possiamo renderci conto che una certa modalità ci fa soffrire e, allo stesso tempo, scoprire che modificarla è molto meno semplice di quanto pensassimo.
È qui che può diventare interessante chiedersi non soltanto perché continuo a fare questa cosa?, ma anche a che cosa mi è servito, fino ad oggi, funzionare così? È una domanda diversa. E spesso permette di guardare con un po’ più di complessità anche quelle parti di noi che vorremmo semplicemente riuscire a cambiare.
Comprendere prima di cercare di cambiare
Quando qualcosa di noi ci fa soffrire, viene abbastanza spontaneo desiderare che cambi. Vorremmo smettere di reagire in un certo modo, riuscire a vivere diversamente alcune relazioni, non sentirci sempre nello stesso modo davanti a determinate situazioni. E spesso arriviamo al colloquio avendo già individuato quello che, di noi, vorremmo fosse diverso.
Non sempre, però, ciò che vorremmo cambiare è qualcosa che riusciamo a comprendere fino in fondo. Possiamo riconoscere una nostra modalità, accorgerci delle conseguenze che ha nelle relazioni e continuare comunque a ritrovarci nelle stesse situazioni. La consapevolezza, da sola, non rende necessariamente più semplice fare diversamente.
Per questo credo sia importante non avere troppa fretta di correggere ciò che non ci piace di noi. Prima può essere utile capire quando compare, che cosa succede nelle relazioni in quei momenti, che cosa cerchiamo di evitare o di mantenere e perché, nonostante la sofferenza che può provocare, continui a essere così difficile fare diversamente.
Comprendere non significa giustificare tutto, né pensare che ciò che ci fa soffrire debba necessariamente rimanere com’è. Significa provare a dare un senso anche a quelle parti di noi che, a una prima lettura, vorremmo soltanto eliminare.
Forse è proprio quando qualcosa diventa un po’ più comprensibile che smette anche di sembrarci semplicemente qualcosa di sbagliato da correggere.
Dare spazio a ciò che stiamo vivendo
Non credo che sia necessario aspettare che una difficoltà diventi insostenibile per iniziare a occuparsene. Non sempre, inoltre, si arriva a un primo colloquio sapendo esattamente che cosa si vorrebbe affrontare.
A volte c'è una situazione precisa che ci fa soffrire. Altre volte è più difficile individuare il motivo del proprio malessere, oppure ci si accorge che le spiegazioni che siamo riusciti a darci fino a quel momento non sono sufficienti.
Rivolgersi a uno psicologo può significare anche concedersi la possibilità di approfondire ciò che si sta vivendo, senza dover necessariamente sapere, fin dall'inizio, dove porterà quel lavoro.

