Una difficoltà non significa necessariamente un DSA

Durante il percorso scolastico può capitare che alcune abilità risultino più faticose da acquisire. Un bambino può avere bisogno di più tempo per diventare fluente nella lettura, commettere errori nella scrittura, incontrare difficoltà con il calcolo o attraversare un periodo in cui lo studio richiede uno sforzo maggiore.

Questo, da solo, non significa che sia presente un Disturbo Specifico dell’Apprendimento.

Le abilità scolastiche si costruiscono progressivamente e non tutti i bambini procedono nello stesso modo o con gli stessi tempi. Quando emerge una difficoltà, diventa quindi importante osservare come si presenta e che cosa accade nel corso del tempo.

Alcune fatiche possono ridursi con l’esperienza, l’esercizio e il consolidamento degli apprendimenti. Altre tendono invece a persistere: nonostante le occasioni per esercitare una determinata abilità, leggere, scrivere o lavorare con i numeri continua a richiedere uno sforzo importante.

Non si tratta allora di cercare un singolo segnale che permetta di riconoscere un DSA, ma di iniziare a chiedersi che caratteristiche abbia quella difficoltà, come stia evolvendo e quanto incida sul percorso scolastico del bambino o del ragazzo.

Approfondire non significa partire dall’idea che ci sia necessariamente un disturbo. Significa provare a capire meglio qualcosa che continua a essere faticoso.

Cosa può essere utile osservare

Quando una difficoltà continua a presentarsi, può essere utile guardarla un po’ più da vicino. Non soltanto chiedendosi se un bambino riesca o meno a leggere, scrivere o svolgere un calcolo, ma osservando come affronta quel compito, quanto gli costa e che cosa rimane particolarmente faticoso.

Nella lettura, per esempio, può accadere che raggiungere una maggiore fluidità richieda molto tempo, che leggere rimanga lento o poco accurato oppure che questa attività continui a richiedere un investimento di energie importante.

Nella scrittura alcuni errori possono continuare a presentarsi anche dopo che determinate regole sono state incontrate ed esercitate più volte. In altri casi può essere la scrittura stessa a risultare particolarmente faticosa o poco fluida rispetto alle richieste che aumentano con il procedere della scuola.

Anche nell’area del numero e del calcolo le difficoltà possono assumere forme diverse: alcune informazioni possono essere difficili da recuperare in modo automatico, determinate procedure possono rimanere poco stabili oppure operazioni ormai familiari possono continuare a richiedere molta attenzione.

Nessuno di questi aspetti, preso da solo, permette di dire che sia presente un DSA. Per questo trovo più utile non pensare in termini di una lista di “campanelli d’allarme”. Due bambini possono incontrare una difficoltà apparentemente simile all’interno di percorsi di apprendimento molto diversi.

Osservare significa allora mettere insieme più elementi: ciò che rimane difficile, le strategie che il bambino utilizza, le risorse che riesce a mettere in campo e lo sforzo necessario per affrontare alcune attività.

Una difficoltà non racconta da sola come uno studente apprende. Può però essere il punto da cui iniziare a comprenderlo meglio.

Quando il risultato non racconta tutta la fatica

Non sempre ciò che uno studente mostra a scuola permette di capire quanto un’attività sia stata faticosa per lui. Un risultato adeguato può essere raggiunto anche attraverso tempi molto lunghi, numerose ripetizioni o un investimento di energie che non è immediatamente visibile dall’esterno.

Per questo non conta soltanto ciò che il bambino o il ragazzo riesce a fare, ma anche come riesce a farlo.

A volte può esserci una distanza tra ciò che uno studente sa e il modo in cui riesce a mostrarlo. Può comprendere bene un argomento e raccontarlo con facilità, ma incontrare molta più fatica quando deve leggerlo autonomamente, scriverlo o recuperare alcune informazioni in tempi più brevi. In altri casi alcune attività vengono portate a termine correttamente, ma continuano a richiedere un controllo e uno sforzo che non diminuiscono come ci si aspetterebbe.

Anche le strategie che uno studente costruisce fanno parte di ciò che è importante osservare. Possono permettergli di affrontare una difficoltà e, in alcuni casi, renderla meno evidente agli altri, senza che per questo abbia smesso di essere faticosa.

Quando questa esperienza si ripete, può cambiare anche il modo in cui lo studente vive il proprio rapporto con l’apprendimento. La sensazione di dover fare sempre più fatica, di avere bisogno di più tempo o di non riuscire a mostrare pienamente ciò che sa può accompagnarsi a frustrazione e influire sul modo in cui percepisce le proprie capacità.

Comprendere una difficoltà significa quindi guardare anche a ciò che il risultato, da solo, non riesce a raccontare.

Quando una difficoltà continua nel tempo

Una difficoltà non rimane necessariamente uguale. Può ridursi, trasformarsi oppure diventare più evidente quando le richieste scolastiche aumentano e alcune abilità, che prima potevano essere sostenute con maggiore facilità, devono essere utilizzate in modo sempre più autonomo.

Quando una fatica persiste, diventa importante provare a ricostruirne anche la storia: da quanto tempo è presente, come si è modificata, in quali situazioni emerge maggiormente e che cosa è accaduto quando lo studente ha avuto la possibilità di esercitarsi o di essere aiutato.

Anche di fronte a un DSA, ciò che osserviamo non è qualcosa di immobile. Un bambino cresce, apprende, costruisce strategie e può diventare progressivamente più competente. Alcune difficoltà possono diventare meno evidenti, mentre altre continuano a richiedere uno sforzo maggiore o assumono forme diverse con il cambiare delle richieste.

È anche per questo che parlare di “guarigione” rischia di descrivere poco ciò che accade. Un Disturbo Specifico dell’Apprendimento non è una difficoltà transitoria da eliminare, ma questo non significa che non possano esserci evoluzione e cambiamento.

Un intervento può sostenere lo sviluppo di alcune abilità e aiutare lo studente a trovare modalità più efficaci per affrontare ciò che gli risulta difficile. Diventa allora importante capire che cosa è cambiato, che cosa rimane faticoso e quali risorse sono state costruite nel frattempo.

La persistenza assume senso all’interno di questa storia. Non è, da sola, la prova della presenza di un DSA, così come un miglioramento non permette necessariamente di escluderlo.

Quando può essere utile approfondire

A volte è proprio mettendo insieme questi aspetti che nasce l’idea di chiedere un approfondimento.

Può esserci una difficoltà che, nonostante l’esercizio e il procedere degli apprendimenti, rimane particolarmente faticosa. Oppure uno studente può riuscire a raggiungere risultati adeguati, ma attraverso tempi molto lunghi, un investimento di energie importante o strategie che negli anni gli hanno permesso di compensare almeno in parte ciò che gli risulta più difficile.

Anche il confronto tra ciò che accade a scuola e ciò che viene osservato a casa può essere utile. Gli insegnanti incontrano lo studente all’interno delle richieste scolastiche quotidiane; la famiglia può vedere più da vicino che cosa accade durante lo studio e quanto lavoro sia necessario per affrontarlo. Mettere insieme questi elementi permette di ricostruire meglio il percorso.

Non è necessario aspettare che compaiano voti molto bassi o che la scuola diventi fonte di forte frustrazione. Una fatica può essere presente da tempo ed essere stata sostenuta dall’impegno dello studente, dall’aiuto della famiglia o dalle strategie che ha trovato per affrontarla.

Chiedere un approfondimento significa allora riconoscere che qualcosa, nel percorso di apprendimento di quello studente, merita di essere compreso prima di essere definito.

Approfondire non significa necessariamente trovare un DSA

Quando una difficoltà è presente da tempo, è comprensibile arrivare a una valutazione chiedendosi se possa esserci un DSA. A volte questa possibilità è stata suggerita dalla scuola, altre volte nasce da ciò che i genitori hanno osservato negli anni.

Questa domanda è un punto di partenza, ma non dice ancora che cosa stia accadendo.

Durante una valutazione è importante ricostruire il percorso dello studente: quando sono comparse le prime difficoltà, come si sono modificate, che cosa rimane faticoso e che cosa, invece, è stato acquisito o viene affrontato attraverso strategie che il bambino o il ragazzo ha costruito.

Anche ciò che emerge dalle prove va letto all’interno di questa storia. Non si tratta soltanto di osservare se una prestazione sia adeguata oppure no, ma di mettere insieme elementi diversi per comprendere il modo in cui quello studente apprende.

A volte questo percorso porta a una diagnosi di Disturbo Specifico dell’Apprendimento. Altre volte ciò che emerge non permette di formularla, ma può comunque aiutare a capire meglio la difficoltà che aveva portato a chiedere un approfondimento.

Per questo preferisco pensare alla valutazione come a un percorso che parte da una domanda e prova a costruire una risposta, senza sapere già in partenza quale sarà.

Comprendere per poter scegliere come proseguire

Arrivare a comprendere meglio una difficoltà può cambiare anche il modo in cui la si guarda. Ciò che prima poteva sembrare semplicemente un errore, una lentezza o una fatica difficile da spiegare può essere collocato all’interno di un modo di apprendere che ha caratteristiche, risorse e aspetti più fragili.

Questo non significa che avere una risposta risolva automaticamente ciò che è difficile. Può però permettere di capire meglio su che cosa sia utile lavorare, quali strumenti possano essere di aiuto e quali richieste possano essere affrontate in modo diverso.

Per lo studente può significare anche iniziare a leggere alcune delle proprie difficoltà senza ricondurle semplicemente al non essere abbastanza bravo o al non impegnarsi abbastanza.

Comprendere, in questo senso, non serve soltanto a dare un nome a ciò che accade. Serve soprattutto a capire che cosa farne da quel momento in poi.